LOCALITA’ SEGRETISSIMA: TATOOAGGI

Pubblicato: 22 luglio 2011 in Uncategorized


Inutile dire “cosa”. Ma “dove”.
La nuova frontiera del tatooaggio si gioca tutta lì. Dove “lì” può essere molto imbarazzante, se non addirittura flaccido. Il tatooaggio spopola in modo incontrollato, tra venature d’inchiostro epidermico si intravedono tracce di pelle. Mostre permanenti deambulano per il litorale, sfoggiando originali copiati in qualche catalogo con su scritto “esclusivo”. Corpi su due zampe non si risparmiano e ostentano tracce di dubbia appartenenza tribale quanto gusto per il brutto all’inverosimile. Non è del tutto escluso che la nuova chirurgia estetica stia mettendo a punto tatooaggi agli studi Pixar, dove ricreare superifcialmente cose che non ci appartengono più: un occhio può essere riprodotto anche in seguito a un’asportazione (col solo difetto che si può scegliere una volta sola: sempre aperto o sempre chiuso). Alcuni tatooaggi sono del tutto comprensiili nonostante siano marchiati su pance enormi impossibili da circumnavigare: è evidente che quel tatoo è stato eseguito dopo che quella pancia è ingrassata. Diverso, molto diverso, il processo inverso, tanto per le pance quanto per le pelli ormai incartapecorite: il tatoo sulla pancia che fu un tempo normale appare dopo l’evoluzione volumetrica come una indistinguibile forma riflessa su specchio deformante; il tatoo eseguito su pelle un tempo ggiovane richiede ora sforzi geroglifici per essere scorto tra le pieghe arse al sole di pelle molle e sbriciolosa. Ma il tatooaggio appare fondamentale per essere meno uguale degli altri. I peggiori sono gli Italiani (anche qui). Essi, dopo essersi rosolati di giorno, riemergono alla vita sociale come se la sera, quella sera, dovesse accadere tutto e poi più nulla: indossano la camicia che miracolosamente hanno prservato dal marasma stropicciato del baule, jeans cavallo basso quando va bene, orrendo pinocchietto che fa sicuramente tappo quando già non sei una picca. Sporgono dalle maniche e dal collo della stiratissima evidenti tracce di pelle conciata, lucida e trattata di doposole, levigata con pomice da quattrosoldi, con emergenza di labbra gonfie da troppi u.v.a, più simili al sintomo di sberlone da bagnino di 120 kg che non alla cornice di parole emesse, molto simili a onomatopee che l’imbalsamatura bronzea cotringe. Gli Italiani passano tra la gente come se avessero appena visto un film sul Vietnam interpretato da De Sica e Boldi, come se la figa piovesse e a loro bastasse dire cazzate per essere meno uguali degli altri.
Il tatooaggio è un codice a barre col quale il tatooato rivendica l’istinto all’evasione, ma quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e al desiderio di essere forgiati da cose improbabilissime si aggiunge la ribellione della natura (vien da dire che era pure ora!): sono lì che mi ostino a comprendere l’ennesimo ingognito su pelle, stringo gli occhi, fingo di guardare qualcosa oltre la donna a fianco, aguzzo la vista per capire cosa sia quella roba che le prende tutta la gamba. Anzi le gambe. Quando poi rinuncio e chiedo a mia moglie cosa sia quella “cosa”. Mi moglie mi fredda: “Non è un tatooaggio, sono vene varicose.” E io che pensavo all’astrattismo.

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