LUOMO RANDAGIO

Pubblicato: 6 dicembre 2010 in Uncategorized

Che non sia un “commerciante” di se stesso, come tanta mediocrità circostante ha imparato ad essere per compensare la propria mediocrità di attore, è noto. Forse non saprebbe pianificare il proprio frigorifero, in fondo che senso ha quando il cibo è destinato a diventare merda. Forse è troppo bravo per essere accettato come tale dal pianerottolo della città, Parma,  in cui non compare se non per scomparire in fretta. Fatto è che Umberto Fabi prende l’aria in scena e ne fa architettura materiale, edifica l’emozione con mattoni gestuali ed erige nuvole così convincenti che al termine resti lì a vederle svanire (proprio come lui), affatto convinto che sia stata un’illusione. Il randagio umano è grande: talentuoso per natura e selvatico per vocazione, Umberto Fabi è uomo interprete di ruoli che lo sfiorano sull’autobus come sull’ascensore, senza pudore di giudizio, presi a brandelli dalla vita di tutti i giorni e dalla vita altrimenti lasciati a marcire sotto suole di indifferenza. Osservarlo nei panni di Riccardo Saler, l’educatore cognitivo di “DIFETTO DI FABBRICA“, enunciarne l’opportunità professionale riservata a chi decide di intraprenderne la mission di torturatore… è dolore e ammirazione, seduzione e maledizione. Riccardo Saler, che non è affatto un coglione, è colui che prova l’intervento che terrà di lì a poco al convegno dedicato all’educazione e all’obbedienza, svela l’ esperimento Milgram sull’obbedienza all’autorità ribaltandone lo scopo scentifico, manda a fare in culo Inge Genefke che da trent’anni lavora nel centro di recupero ex torturati di Copenaghen più grande al mondo da lei stessa fondato, assolve Adolf Eichemann dal mostro che la collettività vorrebbe come riconoscibile e differente da noi (brava gente), si lavora il pubblico fino a stordirlo di suoni lessicali che perdono il senso originario per generarne uno nuovo: quello che seduce ad intraprendere il percorso al male, all’indifferenza, all’ignoranza morale, alla deresponsabilizzazione.
Se fosse tutto qui sarebbe pure abbastanza, ma Umberto Fabi, vestito dentro e fuori di Riccardo Saler, si concede due ore al pubblico al termine dell’atto unico, senza cambiarsi d’abito e, fa paura anche a sussurrarlo, senza essere troppo diverso da se stesso (inteso come Umberto), senza esser troppo distante da noi tutti, brava gente che ci accorgiamo quanto sarebbe ovvio esser bravi e normali se troppi palcoscenici si esaurissero al sipario, senza strascico d’artista ovunque per compensare quella mediocre capacità di fare l’attore.
Tuttavia, per vestire i panni di Saler e interpretare DIFETTO DI FABBRICA non basta esser bravi e forse nemmeno quanto lo è Fabi. Ma essere onesti e ammettere che il mostro c’è anche se elegante, comune, professionista, brava gente, allora sì: affrontare il pubblico con la consapevolezza che non stai raccontando balle e che col mostro ci combatti ogni dannato giorno affinchè non sfugga dalla gabbia della tua ragione per servire quella folle di un pazzo. E anche tutto questo Fabi ce l’ha, ecco perchè se ne sta sul palco e convince, al punto che alla fine gli spettatori non applaudono (ma potrebbero supplicare luci in sala!! affinchè ognuno si confermi mal comune e mezzo gaudio avendo un mostro seduto al fianco suo).

Piacenza, 4 dicembre 2010

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